Senza respiro

La prima cosa che fa l’uomo alla nascita è iniziare a respirare.

Per tutto il tempo il respiro è alla base della vita. La respirazione è possibile gestirla volontariamente, è possibile respirare o trattenere il respiro, aumentare o diminuire la frequenza inspiratoria ed espiratoria.

Perché allora molti provano a trattenere il fiato e a affrontano esperienze e momenti di vita in apnea?

Numerosi sono gli atleti che si spingono a profondità impensabili per l’uomo sino a pochi anni fa (record attuale in assetto variabile no limits, 214 metri), che trattengono il respiro a riposo per più di dieci minuti, che dosano l’aria in entrata ed in uscita a proprio piacimento. Cosa o chi mai li spinge a fare tanto, ad opporsi in qualche modo a quella che è una esigenza indispensabile per sopravvivere?

Trattenere il respiro ha come primo effetto quello di far conoscere l’importanza del respiro stesso, fa cioè meditare su ciò che vuol dire respirare, ed è il primo passo per iniziare a farlo consapevolmente e correttamente.

Dalla qualità e dalla quantità d’aria che incameriamo e da come lo facciamo dipendono le nostre energie, il nostro stato psicologico e il nostro comportamento. Gli orientali danno molta più importanza al respiro di noi occidentali: respirare correttamente è fondamentale per rilassarsi e per raggiungere un equilibrio psico fisico decente; è altresì fondamentale per combattere situazioni di stress, di ansia e di panico che possono degenerare in atti sconsiderati e spesso controproducenti.

Conoscere i propri organi e usarli al meglio cambiando le proprie abitudini, quasi sempre sbagliate, permette di assumere un diverso atteggiamento verso se stessi e verso l’universo che ci circonda. Conoscere il proprio diaframma e saperlo usare correttamente può cambiare il modo di vivere delle persone, può essere un modo economico e insostituibile per gestire situazioni particolarmente difficili della nostra vita. Da sempre e per un cospicuo numero di persone, l’apnea è un modo naturale per fondersi in un tutt’uno con il mare, per tornare alle origini.

Immergersi nel blu, in posizione verticale a capo rivolto verso gli abissi, a polmoni pieni, senza pensare al traguardo ma al percorso, concentrandosi sulle sensazioni percepite, sull’acqua che scorre lungo il corpo, sul fresco, il colore che cambia e sui pesci che ci ruotano attorno, ci permette di raggiungere profondità impensabili, di percepire sensazioni nuove e di provare stati d’animo piacevoli quanto indescrivibili.

Come diceva Mayol, “non ci si deve immergere come il corallo, che nell’acqua resta tale e quale, ma come il latte di cocco, che si fonde con il mare“. Ci si deve immergere come i delfini (nostri antenati, come alcuni dicono) trattenendo il respiro più a lungo possibile, senza ausili per la respirazione per poter cogliere emozioni, stati d’animo e sensazioni uniche.

Immergersi con le bombole permette di vedere il mondo affascinante del blu profondo, immergersi in apnea rivela a te stesso il profondo e splendido abisso racchiuso nel tuo corpo.

Siamo fatti per circa il 70 per cento di acqua e i liquidi nel nostro corpo sono una soluzione salina. Possiamo considerarci mare ed è forse per questo che moltissimi di noi ne sentono il richiamo, il desiderio di incontrare, di toccare e di far parte di questo bellissimo, importantissimo, quanto maltrattato mondo acquatico.

Il mare è musa ispiratrice per molti e da esso nascono poesie come questa che ho scritto alcuni anni fa:

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