Entrato al 14° Gruppo

Testo di Fausto Bernardini, Colonnello pilota dell’Aereonautica Militare in congedo.

Quando, subito dopo il corso di pilotaggio fui assegnato al Secondo Stormo, e nell’ufficio del Comandante giurai a sciabola sguainata fedeltà alla Patria, le poche parole che quell’uomo taciturno mi disse furono: “Apparterrà al 14° Gruppo. Veda di rispettare tutti coloro che sono arrivati prima di lei e di onorare le tradizioni”.

Il Gruppo non mi accolse stendendo un tappeto rosso cardinalizio e, prima di diventare “uno di loro”, dovette trascorrere un bel po’ di tempo.

Un periodo nel quale non avrei mai immaginato quanto sarebbe stata bella la mia vita tra quegli uomini.

Certamente, non priva di sacrifici. E nemmeno, nel primissimo periodo, di quelli che oggi con tanta facilità si identificano in “atti di nonnismo”, considerandoli dei reati.

Molti gruppi dell’AM hanno la famosa vasca dei pesci rossi; al 14°, che non l’aveva, subito dopo il primo volo sul G91R (monoposto) si era invitati per una foto ricordo di fronte al gabbiotto degli specialisti.

Prima c’era lo scatto insieme al pilota chase e al crew chief, poi, guarda caso, da solo la foto ricordo di quella memorabile giornata.

Non riesco ancora a immaginare quanti litri d’acqua mi scaraventarono addosso. Solo dopo, seppi che due sergentoni friulani erano saliti sul tetto del gabbiotto con un bidone delle immondizie a testa, pieno d’acqua fino all’orlo.

Di corsa in camera a mettere la tuta asciutta, che mia madre aveva amorevolmente lavato e stirato, e poi di nuovo al Gruppo.

Dopo quel bagno, le azioni che oggi qualche politico ha definito “deplorevoli atti di bullismo”, potevano considerarsi finite.

Comunque, si restava burbe fino al raggiungimento della Combat Readiness: circa duecento voli per la durata stimata di un anno: il periodo necessario a comprendere appieno il significato delle poche parole dette dal Comandante di Stormo nel suo ufficio, il giorno del giuramento.

E com’era, dopo un anno, la vita al 14° Gruppo? Ne era valsa la pena sopportare quelle terribili “torture”? Chiudo gli occhi e ricordo.

Siamo a bordo di quattro jet allineati in pista, prima del decollo. Sotto le ali ci sono le piccole bombe da esercitazione. Solo il numero due ne è sprovvisto, perché ha appena iniziato la fase addestrativa dei poligoni e, finché non dimostrerà al numero tre la dovuta sicurezza, non sparerà e non sgancerà armamenti di caduta.

Io, ormai, sono stato sguinzagliato! Sono da poco Combat Ready e nessuno, eccetto il direttore del poligono, mi controllerà.

I musetti dei quattro G91 si alzano e si abbassano durante le prove motore. Infine il numero tre si volta verso me, per vedere se ho terminato i controlli.

Annuisco, abbassando il casco. Lui ripete al due lo stesso movimento e subito dopo il rombo del numero uno si fa sentire, mentre dalla turbina esce prepotente una forte scia di calore.

A distanza di sei secondi l’uno dall’altro partono gli altri e infine tocca a me. Mollo i freni e il G91 scatta come un luccio sotto il pelo dell’acqua.

Nessuno ha mai visto come si muove un luccio? Molto rapidamente! Un attimo e a 140 nodi stacco da terra, puntando in alto per superare la scia lasciata dagli altri.

Qualche scossone di turbolenza si fa sentire sulle ali, ma la potenza del turbogetto fa in modo di uscirne subito.

Il volo a Maniago è un volo breve: appena 40 minuti, durante i quali bisogna fare di tutto e molto alla svelta.

Dopo il ricongiungimento in formazione, il leader imposta una virata in cabrata e quando il muso torna sotto l’orizzonte, ordina con un movimento di coda di allargarsi per il trimmaggio (l’aggiustamento preciso dello sforzo sui comandi).

Poi si cambia canale radio per contattare il direttore del poligono, che ci autorizza ad entrare per effettuare due passaggi di bombardamento a volo radente (circa dieci metri di quota a 700 chilometri l’ora) e quattro passaggi di mitragliamento.

La tensione (inconscia) aumenta a bordo del mio caccia. Non devo perdere di vista chi mi precede e nemmeno allontanarmi troppo, per non infastidire chi mi segue; mantenere la quota e la velocità in circuito, togliere le sicure prima di affondare verso il bersaglio, portare il collimatore alla base del giardinetto che precede il tabellone dello skip.

Scendendo, vedo la fumata della bomba del tre, che ha centrato il bersaglio. Ora sono alla distanza giusta e premo il pulsante in alto sulla cloche.

Poi, dopo aver sorvolato a pochi metri il bersaglio, inizio a puntare il cielo. “Numero quattro da Maniago: Skip!” che significa centro. Accidenti! C’è un urlo di gioia del quale sono sia l’autore che l’unico ascoltatore.

Nel bombardamento a volo radente basta una delle due bombe a bersaglio per qualificarsi, ed io sono già qualificato. La seconda bomba, come andò? In verità, non la ricordo!

Ora è la volta del mitragliamento. Il circuito è leggermente più alto, ma gli altri parametri pressappoco si equivalgono.

In sottovento vedo i fumetti delle pallottole del numero uno, poi passa il due, senza dipingere il terreno e dopo il tre, che pare averle messe tutte dentro.

Ed eccomi col muso dell’aereo che cerca il tabellone e con la mano sinistra che toglie l’ultima sicura, mentre il pipper si piazza su quel grande lenzuolo bianco. Mi avvicino…ancora un po’… premo il grilletto che è davanti la cloche.

Un rumore fortissimo e un violento scuotimento. Un millesimo di secondo per vedere dove sono finiti i colpi e una forte tirata indietro alla barra, per imprimere circa sei G al mio cavallo alato, allo scopo di evitare i colpi di rimbalzo (6 G, ai bei tempi che pesavo 70 chili, equivalevano a 420 chili di peso).

Sono bagnato come un pulcino, quando il leader decide di salutare il direttore di poligono (un pilota del 14°) con un paio di looping e qualche tonneau in formazione stretta.

Non c’è tempo da perdere, perché siamo quasi al limite di carburante. Quindi, numero quattro svelto a prendere posizione in ala destra perché è già iniziata l’affondata del looping.

Il numero tre conferma che siamo tutti a posto e la prima manovra inizia a prendere forma, sui prati di Maniago.

Tanto per riposarci, i G sono diminuiti: solo quattro per il looping, ed io mordo quell’ala come un mastino.

Cielo, sole, cielo, orizzonte, terra, terra, la velocità è molto alta e la torre del poligono diventa sempre più grande. Tutti fermi.

Tutti zitti. Sfrecciamo di lato al direttore come quattro pallottole strette fra loro. “Come stiamo a carburante?” chiede il leader. Siamo al limite, ma io e il due aspettiamo che sia il numero tre a dirlo.

Infine, via verso Treviso.
Di corsa al Gruppo per il de-briefing e subito la SOR che mi chiama per tornare in volo.

Questa volta sarò da solo per una MIP (missione profilo). Un volo BBQ (bassissima quota) con l’obiettivo da fotografare dalle parti di Piacenza.

La navigazione è già preparata su un folder, che mi viene dato dal pilota di SOR: “Vai veloce, che quando torni gli specialisti devono configurare il tuo aereo per gli attacchi del pomeriggio”.

Non si è ancora asciugato il sudore del volo precedente che già sono legato a bordo, stretto come un salame. Ma sono felice di tornare in volo. Scoppia la cartuccia d’avviamento e fischia la turbina; pochi minuti e sono sulla Val Padana, diretto verso il mio obiettivo, che fotograferò con la macchina di sinistra.

Una strisciata da dare in pasto all’Ufficiale Intelligence e ai fotografi. Ecco il fiumicello, la curva della strada, il paesino sperduto sugli Appennini e dopo il ponte stradale la ferrovia con la stazione da immortalare.

Cinquecento piedi di quota, 350 nodi, giù il collimatore sinistro. Scarica iniziale, prima che il mirino passi sulla stazione. Scarica per fotografare e scarica finale.

Poi via, verso casa.

Oggi è una giornata splendida e nella strada del ritorno posso anche distrarmi un po’, a guardare i barconi che navigano sul Po o la laguna veneta con le sue barene colorate di verde e di rosa.

Poi, sulla pista di casa, la decelerazione, la virata finale, l’atterraggio con l’apertura del paracadute freno. Sono appena le undici e ho già volato due volte.

Ho tutto il tempo di vedere i risultati del poligono e quelli della foto, prima di andare a pranzo.

A mezzogiorno e mezzo, uno stuolo di piloti con i loro berrettini azzurri, le tute grigie e gli stivaletti neri, sta dirigendo alla mensa ufficiali. Si mangia molto bene, per recuperare le energie spese volando.

Per oggi il mio turno di volo lo considero concluso, ma forse non sarà così. Il Capo, tra una forchettata e l’altra di spaghetti al ragù, ci informa che questa sera ci saranno i notturni.

Io ho già volato due volte, quindi penso che…
Quindi, proprio il Capo mi informa che sono pianificato per un turno di SOR e un volo notturno. Me la sento?
Assolutamente sì!

Autore del testo Fausto Bernardini

Nella foto, un G91 del 103° Gruppo, i nostri cugini.

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