Abituati a mentire e La vita fu di coppia

Sono due articoli che scrissi nel 2009 e vennero pubblicati su La Voce di Rovigo di quell’anno.

Poiché li ritengo ancora attualissimo, li ripropongo qui di seguito.

Buona lettura.

Abituati a mentire (14 settembre 2009)

Non è possibile, ed è comunque sconveniente, separare la vita privata da quella pubblica dei personaggi che ricoprono alte cariche istituzionali, sia a livello locale che nazionale.

Quando un soggetto detiene un potere ottenuto su mandato degli elettori, deve rispondere ad essi e far si che questi siano in possesso di tutti gli elementi per poter esprimere un giudizio obiettivo e non viziato da una realtà apparente e non reale.

Coloro, sono in molti, che riescono a nascondere al coniuge, marito o moglie, compagno o compagna che sia, l’esistenza di altre storie parallele, scappatelle e vizi strani, mediante lo strumento della menzogna, danno poca affidabilità.

Se sono in grado di negare la realtà o di trasformarla a proprio uso e consumo raccontando falsità alla persona amata, alla persona a cui hanno giurato fedeltà per tutta la vita e ai figli sempre vittime illustri, quale difficoltà possono avere nel mentire a coloro che li hanno votati o si apprestano a farlo?

Non sono quindi le parole a se stanti che conquistano l’elettorato, non è la capacità di comunicare e di ben parlare, ma il Verbo quale mezzo di comunicazione di una realtà evidente e tangibile, non occultata per scopi perversi.

Non è l’immagine costruita che deve essere messa al voto, ma la realtà della persona con i suoi dubbi e le sue certezze, con le sue forze e le sue debolezze, con la capacità e il dono di saper ammettere le proprie colpe e riconoscere i propri errori.

Di politici venditori di un prodotto che porta il loro nome l’Italia, ed il mondo intero, non ne hanno mai avuto bisogno e se ne trovano pieni, ora più che nel passato.

Tutti possono indossare un bel vestito, portare un bell’orologio e gioielli, ma non tutti sanno mostrare ciò che hanno dentro e dove possono arrivare.

C’è un bisogno indispensabile di persone vere, consapevoli dei propri limiti e di quelli imposti dal mondo circostante, ma convinte di poterli anche superare e di poter migliorare le cose, non per se stessi ma per la collettività che rappresentano.

La falsità chiama altra falsità e ci si trova circondati da individui che fanno altrettanto, intessendo così una ragnatela di persone, uomini e donne, uniti (si fa per dire) da una tela di bugie e meschinità.

Mentire, quindi, ai figli, alla moglie, ed alla famiglia in senso largo, non può che far pensare che la bugia va usata comunque e ovunque dia dei frutti positivi, pertanto mi riesce impossibile credere che un personaggio possa mentire ai propri cari e dire la verità a persone che spesso non conosce.

Le piccole e grandi verità vengono occultate, seppellite sotto uno strato di nylon e di terra, come si fa con le discariche, e sopra si crea un bel giardino di falsità.

Le persone che si mostrano in questi termini diventano dei veri attori, che indossano la maschera appropriata alla circostanza.

Ma, come si insegna ai bambini, le bugie hanno le gambe corte, prima o poi vengono a galla, e allora si crea un’altra ingiustizia, si commette un altro reato.

Si criminalizza non colui che ha mentito, dichiarato il falso e creato così un danno irreparabile nel cuore dei propri cari e dell’elettorato, ma colui che ha portato alla luce l’immondizia anche se ben coperta.

Si va a condannare non chi ha ucciso, violentato, picchiato ma colui che ha assistito al fatto e lo denuncia (dovere di ciascun cittadino sancito dalla Costituzione).

Siamo pertanto all’aberrazione pura.

I personaggi pubblici che ricoprono incarichi di potere elettivi, devono guadagnarsi il voto per quello che sono e che fanno, non per quello che decidono di mostrare, non per portare a casa uno stipendio ma per essere sempre e comunque al servizio degli altri.

La politica con la “P” maiuscola non è un mestiere, è un servizio e tale deve rimanere, altrimenti, come fanno tanti anzi troppi, si guarda alla busta paga ed ai privilegi, non al dovere ed agli oneri.

La vita fu di coppia (07 luglio 2009)

Secondo l’ISTAT nel 2007 in Veneto, sono 260,8 le separazioni ogni cento mila coniugati e sono 4.308 i divorzi concessi nello stesso anno su un totale nazionale di 50.669.

Tale trend denota una crisi sostanziale di quei legami un tempo forti che costituivano il collante indistruttibile delle famiglie.

Senza scorrere le tabelle pubblicate dall’ISTAT, ci si rende conto quotidianamente dello stato precario delle famiglie italiane.

Solo nell’ambiente scolastico sono numerosi i bambini, già nella scuola primaria, ad avere i genitori separati, così come negli altri ambienti di lavoro si trovano sempre più persone che vivono a qualunque età separazioni e divorzi.

La cultura trasmessa da tale comportamento degli adulti molto probabilmente comunica ai giovani che il matrimonio è solo raramente “per sempre”, e questo forse alimenta la crisi di tale rapporto.

Spesso i più piccoli però percepiscono il disagio naturale di avere due case, due vite separate e frequentemente rifiutano a modo loro tale situazione.

All’interno del matrimonio sussistono altresì rapporti extraconiugali “di una notte” e vere storie parallele che si fondano su astuzie e menzogne continue, su falsità ripetute e sorrisi di circostanza.

Tali comportamenti, diventando abituali, trasformano gli individui coinvolti in veri e propri attori che indossano le vesti di vari personaggi a seconda della situazione.

Non sempre però si riesce a mantenere la giusta lucidità soprattutto con l’aumentare dell’età e si casca nell’errore di interpretare il personaggio sbagliato in una determinata situazione.

Gli interlocutori intercettano spesso e volentieri questo stato di cose che inizialmente passano quasi inosservate poi, con il ripetersi e con altre conferme, creano un’immagine offuscata della persona stessa.

Quando poi si percepisce chiaramente che la verità raccontata non è verità ma una mezza verità o ancor più una balla bella e buona, e che queste si moltiplicano come da una goccia d’acqua a un temporale, decade tutta la credibilità dell’individuo anche al di fuori dell’ambito sentimentale.

Quando un individuo si abitua a mentire, e magari vede che grazie alle sue bugie riesce pure a raggiungere risultati a cui mirava ma che in altro modo non riusciva a raggiungere, ci prende gusto e persevera nell’errore.

Si può forse farla franca con gli adulti, ma i bimbi sono più puri e più svegli e soprattutto i loro occhi sono meno sporchi e vedono le cose in profondità.

Spesso non comprendono appieno la situazione ma percepiscono e memorizzano sensazioni, atteggiamenti, parole, toni della voce e contraddizioni che poi nel tempo danno i loro frutti buoni ma anche spesso nocivi.

Ho sentito dire a bambini di 7 e 10 i anni frasi del tipo: “io le donne non le capisco”; “perché mi devo sposare se poi resto solo”; “devo aspettare 18 anni per vedervi insieme?”; “il papà non parla mai, si fa sempre gli affari suoi”, “non ci sono mai e mi fanno fare quello che voglio” e peggio ancora, da bambini di 12 anni: “mio papà è il rompi balle numero uno”; “se ne sono andati, per 3 giorni me ne sto in pace

Quando senti poi che a 16 anni in alcuni casi scappano di casa o peggio ancora, tentano il suicidio, ci si rende conto che in quella famiglia c’è o c’è stato qualche cosa che ha minato e bruciato l’animo di questi veri miracoli della natura.

Vale veramente la pena insegnare ai figli la menzogna, la falsità o principi come “il fine giustifica i mezzi”, educarli ad indossare maschere cercando eventualmente, di identificarsi in qualcuno, invece di costruirsi una propria personalità unica, forte e impossibile da clonare?

Non è meglio insegnare loro il valore del matrimonio cattolico o civile che sia e trasmettere loro coerenza serietà, rispetto dell’altro e dei principi umani millenari?

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