2000 morti e tanta vita

Lasciata la pianura, da Treviso in direzione Belluno, si inizia a salire verso il Cadore passando Conegliano e Vittorio Veneto.

Poco dopo Belluno si giunge a Ponte nelle Alpi e si imbocca la SS51 in direzione Longarone.

Poco prima si incontra località Fortogna dove è stato eretto, ed è visitabile, il cimitero monumentale in cui sono seppelliti i resti delle vittime del Vajont.

1910 cippi marmorei bianchi, uno per ogni vittima, solo 700 hanno un nome. Si, molte non sono mai state ritrovate e altre mai identificate.

All’ingresso, tra le altre, vi è una statua che ricorda i 31 bambini mai nati. Morirono assieme alle giovani madri che li tenevano in grembo.

Giunti a Longarone ci si trova davanti un una piccola città di cemento.

Dopo quel 9 ottobre 1963 in cui venne spazzata via prima dal vento, poi da acqua e fango, venne ricostruita abbondando nell’uso del grigio, freddo e triste cemento.

La Chiesa dedicata a Santa Maria Immacolata ha al suo interno il crocifisso mutilato dell’antica chiesa ritrovato a più di 100 chilometri di distanza.

Non fu mai restaurato, i fedeli vollero che rimanesse in quello stato a memoria di ciò che fu.

Da questa chiesa, da questo luogo simbolo parte il mio breve giro in bici di oggi.

Pochi chilometri pedalati come in una cronometro individuale, andando a ritroso lungo il percorso della distruzione di quella notte.

Pedalare

Mi cambio nel parcheggio antistante la Chiesa, inforco la bici e mi avvio con la mia ammiraglia al seguito.

Il temporale si avvicina, il cielo è grigio plumbeo, il vento soffia molto forte dal Cadore verso la pianura accompagnando le fredde e limpide acque del Piave – storia nella storia.

Lascio il centro del paese, svolto a sinistra sino a raggiungere il ponte che mi conduce sulla riva sinistra del “fiume caro alla Patria“.

Si svolta a sinistra e si pedala sulla SR251 che piano piano incomincia a salire per tornanti e rettilinei in continua ascesa.

Il cielo si fa sempre più nero, in lontananza si vede la pioggia cadere copiosa, i fulmini squarciano la volta celeste e rischiarano per un attimo “la notte di giorno“.

Inizia a piovere quando, sempre assistito dalla mia ammiraglia, giungo al semaforo che gestisce il transito alternato nelle gallerie nei pressi della diga.

Le auto sono in coda ed attendono il conto alla rovescia visibile nel display.

Mi avvicino cauto alla bocca giallo oro e mi metto al riparo e successivamente, prima lentamente poi sempre più velocemente, percorro i tunnel ben illuminati, osservando il dirupo e la diga che si presenta alla mia destra.

È veramente buio fuori da quelle grotte scavate nella roccia da mani d’uomo: lampi, fulmini, saette, tuoni, tutto a volermi ricordare quella notte.

Esco dall’ultimo traforo e la strada si impenna per un breve tratto, giungo al parcheggio della diga.

Faccio appena in tempo a caricare la bici in auto e salire che dal cielo, misti a tanta acqua, ci piombano addosso proiettili di ghiaccio.

Sono poco più di 8 i chilometri che separano il centro di Longarone dal parcheggio della diga del Vajont.

Salita breve, dicevo, ma piena di significati, di valori violati, di sentimenti traditi, di gente inascoltata segnata da una tragedia evitabile.

Il santuario

Qui vi è una chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova e alle vittime di quella immane tragedia.

Perché a sant’Antonio? Perché prima della costruzione della diga vi era una piccola cappella dedicata al santo.

Era in località Colomber e venne sacrificata dalla ditta SADE perché interessata dal nascente bacino idrico.

La Società Adriatica di Elettricità si impegnò a costruirne un’altra più in alto e rimosse dalla precedente tutte le parti riutilizzabili.

Dopo quel 9 ottobre del 1963 la SADE non costruì più nulla ma, nel 1967 l’Enel prese la decisione di edificare un tempio unendo insieme la devozione della gente del luogo a Sant’Antonio e il dolore delle 2000 vittime sacrificate da uomini colpevoli.

Oggi è li appena fuori dall’ultima galleria e proprio accanto alla diga rimasta intatta.

Questa zona in terra friulana oggi è viva più che mai grazie anche ad un uomo, scultore, scrittore, montanaro che è diventato famoso di pari passo con la sua terra natia. Ogni giorno acclama al mondo le sue valli e le sue genti: lui è Mauro Corona.

È facile incontrarlo da queste parti, ad esempio, al bar della nuova Erto o nel suo laboratorio.

Erto, Casso, Vajont, Cimolai e Claut, questi luoghi oggi sono pieni di vita, migliaia di persone passano di qui per conoscere da vicino la storia pre e post tragedia.

Macchine, moto, biciclette salgono da Longarone e scendono verso Maniago, la nuova Vajont, lungo il fiume Cellina. Altrettanti fanno il percorso inverso.

Molte sono anche le escursioni da fare a piedi in val Zemola e lungo le altre valli e sulla frana del monte Toc.

Gli amanti delle vie ferrate non possono certo tralasciare quella della Memoria lungo il canalone che porta alla diga.

E le falesie di Erto? Sono una splendida palestra di arrampicata molto frequentata da principianti e campioni del mondo come Jenny Lavarda.

Non ci siete ancora stati? Beh, non è troppo tardi… partite subito!!!

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