Passion, seconda parte – Controne

I miei genitori acquistarono un Fiat 238, usato come tutte le auto che ho visto in famiglia.

Era stato modificato da un carrozziere di Crespino che ne voleva fare un camper, ci si poteva stare in piedi al suo interno.

Visto come era colorato, una mia compagna di classe di allora, Giovanna, l’aveva battezzato Wafer e in effetti, gli assomigliava abbastanza.

Da quell’anno, inizi ’80, durante le vacanze estive caricavo la bici e la portavo con me quando andavamo dai parenti nel sud italia.

Si viaggiava tante ore per raggiungere Controne, un piccolo paese della provincia di Salerno a 210 metri di altitudine sui monti Alburni.

Oggi ci si mette molto meno, in 7 ore ci si arriva. L’Italia non si è ristretta né c’entra la deriva dei continenti: le auto e le strade sono cambiate in meglio.

E poi nessuno fuma da quando guido io, le mie auto sono sempre state no smoke.

All’epoca si viaggiava a finestrini chiusi in estate, senza climatizzatore e con il papà che fumava per ore, una tortura.

Non c’erano tante bici da corsa in quelle zone, e le poche erano nei garage sotto montagne di cose.

Era più frequente vedere muli e asini.

Tutto fiero e impettito tiravo fuori la mia, una Olimpia piuttosto economica acquistata da Corrado, aveva un negozio vicino la chiesetta delle Fosse a Rovigo.

Indossavo la divisa e partivo in salita verso Castelcivita a 6 km circa di distanza.

Come tutti i paesi di collina o montagna, pianura non ce n’era, o salita o discesa.

A quel tempo, da quelle parti andava molto la corsa a piedi. Tutti i giovani si cimentavano in quello sport.

Ricordo particolarmente la Grotte di CastelcivitaCastelcivita che attraversava tutto il centro del paese di Controne.

Negli anni successivi, quando arrivavo dicevano: “maronna mia, ce sta la Mantovani Rovigo“.

Donato e Marcello, due fratelli molto più adulti di me e grandi amici, avevano rispolverato la loro bici e venivano a pedalare anche loro.

Erano gli anni della nostra giovinezza quando l’estate, terminata la scuola, lasciavamo il nord italia per trascorrere le vacanze dai parenti materni.

La maggior parte delle volte scendevamo in treno io e mio fratello Valerio, assieme alla nonna e allo zio, fratello della mamma.

Avevamo una piccola casa, molto piccola, in tutto una stanza. La nonna aveva fatto mettere una parete sottile per dividere il bagno dal resto dell’abitazione.

Vi erano due letti, di quelli che di giorno sembrano mobili, una brandina e, non di rado, io dormivo sul materassino da spiaggia a terra vicino al tavolo.

Quando poi arrivavano i genitori ed il resto della famiglia, ci spostavamo al piano superiore, gli zii ci davano una grande stanza da letto dove dormivamo tutti insieme.

Eravamo liberi, ci alzavamo quasi sempre non prima di mezzogiorno, si andava a pranzo e poi si tornava a letto per il pisolino obbligatorio.

Dalle 16.00 si iniziava la vita di paese, che terminava quasi sempre alle prime ore del mattino seguente.

Il paese era ed è piccolo, ci si conosceva tutti e molti erano pure nostri parenti. Il giorno seguente al nostro arrivo, nonna voleva che andassimo a salutare tutti. Il giro era lungo e i baci delle giovani vecchiette e di tutti gli altri non ci piacevano molto.

Quando tornavamo a casa ci lavavamo la faccia. Stesso tour a fine vacanza.

Eravamo indipendenti, il paese era sicuro, non c’era delinquenza, non c’erano pericoli, si andava al fiume a fare il bagno o, qualche volta nella vicina Paestum.

La nostra fortuna fu lo zio Antonio, 20 anni più grande di noi, che ci portava ovunque con lui e i suoi amici. Divennero presto anche i nostri amici, in particolare Marcello e Marco.

Papà e mamma non si spostavano quasi mai dal paese salvo per visita parenti o per la consueta gita/pellegrinaggio a Pompei.

Con il Wafer avevo aggiunto la bici alle occupazioni estive: fiume, mare, passeggiate, bar, campagna, canzoni e gran mangiate, eravamo spesso ospiti.

Fine seconda puntata.

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