Raccontare storie di luoghi e persone, viaggi in solitaria e di gruppo, speranze, sogni, attese soddisfazioni e delusioni.

Manuela Ronchi & Tonina Pantani

Manuela Ronchi era la manager milanese di Marco Pantani.

Ho rintracciato alcune interviste lasciate negli anni passati sulla vicenda legata al Pirata di Cesenatico e ho focalizzato alcuni punti che mi hanno colpito particolarmente.

Da un’intervista rilasciata a Cicloweb, pubblicata il 29 dicembre 2009 mi ha attratto prima di tutte la seguente frase:

Ho, sì, imparato molto da lui, ma ho imparato molto anche dagli altri, e da come spesso e volentieri bisogna cercare di crearsi il proprio mondo con la propria etica senza lasciarsi scalfire; mi sono creata un ennesimo muro, visto che comunque anch’io sono una persona molto sensibile e vedendo come lui è rimasto deluso da tante cose un po’ mi sono impaurita.

Intervista a Manuela Ronchi (Cicloweb 29/12/2009)

La frase che ho evidenziato in neretto non mi ha lasciato indifferente, sono parole dure, parole che suscitano molte domande e perplessità.

Cosa vuol dire “bisogna cercare di crearsi il proprio mondo con la propria etica senza lasciarsi sccalfire”? Crearsi forse un proprio ambito basato su convinzione personali anche se distaccate dalla realtà, dalla verità pur di sentirsi a posto con se stessi?

Il vocabolario Treccani spiega così la parola Etica:

«ètica: nel linguaggio filosofico, ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso sé stessi e verso gli altri, e quali i criteri per giudicare sulla moralità delle azioni umane.»

(Vocabolario Treccani)

Tutto inizia dall’individuare quale è il vero bene e il vero male, inseguire il primo e combattere il secondo.

Il vero bene è diventato forse, come per molti anche per la dottoressa Ronchi, il suo bene? In nome di questo bene cosa si è disposti a fare?

Una risposta potrebbe essere sempre nelle sue parole: “mi sono creata un ennesimo muro“.

A me appare evidente, probabilmente sbaglio, che la dottoressa Ronchi in quegli anni abbia intrapreso un cammino che l’ha portata a ridefinire il suo bene come bene e ciò che le fa male come il male e, per difendere il bene da lei costituito, si sia costruita un muro, una barricata dietro la quale respingere gli eventuali attacchi.

Veramente il bene è solo quello che noi riteniamo tale o il bene è altro?

Di Marco dice anche cose condivisibili e le sue affermazioni altrettanto credibili, relative a quello che si diceva nell’ambiente, lasciano ancora oggi scorcertati.

Nella medesima intervista lei ha affermato che la mattina del 5 giugno 1999 c’era gente che diceva: “Finalmente l’han beccato, così almeno si toglie dai coglioni“. Non era gente di strada ma colleghi, persone dell’ambiente ciclistico professionistico.

Marco aveva dato lustro al ciclismo tanto che veniva seguito più della Formula 1 e del calcio quando correva lui. Marco si era fatto portavoce di suoi colleghi e non gli fu riconosciuto nulla, anzi era invidiato dai suoi stessi amici o presunti tali.

In un altro punto della medesima intervista, parlando di Cannavò e della posizione presa dalla Gazzetta dello Sport a quel tempo, la Ronchi dice: “Io dico questo: se Cannavò deve dire delle cose che le dica fino in fondo; siccome probabilmente non conviene a nessuno parlare fino in fondo, fa sempre le battute che lasciano poi il tempo che trovano”. 

Dato il muro di cui parlava prima la stessa manager, mi viene da chiedermi: neanche a lei conviene parlare fino in fondo?

Manuela Ronchi curava l’immagine del Pirata e, l’indomani della sua morte, eresse la Fondazione Marco Pantani a fini benefici.

Tonina, nel 2007, porta in tribunale Manuela Ronchi per fare chiarezza su alcune vicende legate proprio alla Fondazione che portava il nome del figlio Marco.

Negli ultimi giorni di Marco vi fu una furibonda lite tra il Pirata e la Ronchi a casa di quest’ultima a Milano. Erano presenti anche Tonina e Paolo Pantani e fu l’ultima volta che videro vivo il figlio.

Quella sera Marco se ne andò a dormire in un albergo di Milano e, il giorno dopo con un taxi, si trasferì a Rimini nel residence Le Rose dove fu poi trovato morto. Un residence che in pochi mesi è stato abbattuto e ricostruito con altro nome.

Processo Pantani (Romagna Oggi del 22 febbraio 2007)

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