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Marsa Alam e il Dugongo

Era la primavera del 2005 quando cambiammo rotta e, dopo anni nel Sinai, optammo per la costa nord orientale dell’Africa.

Partimmo dall’aeroporto di Bologna con volo diretto per Marsa Alam, piccolo borgo quasi deserto a sud di Hurghada e non molto distante dal confine con il Sudan.

L’aeroporto di Marsa Alam era piccolissimo, collocato in mezzo al deserto (foto 3), aveva una stanza per gli arrivi ed una per le partenze.

Usciti raggiungemmo in bus l’hotel situato tra il mare e la strada che conduce in Sudan: deserto a destra, mare a sinistra. Ad un tratto incontriamo un piccolo centro abitato, quattro baracche ai margini di una striscia di asfalto (foto 4 e 5) e una moschea, era Marsa Alam. Poco dopo cominciammo a veder cambiare il panorama, a destra ancora deserto e a sinistra pochi alberghi terminati e funzionanti e altri in costruzione.

Uno di questi era il nostro (foto 2-7-8), costruito con la stessa impostazione di quelli di Sharm ed Hurghada.

In Mar Rosso vi sono i nacuda (capo pescatore). Conoscono ogni anfratto, ogni angolo del loro mare in cui navigano senza alcuna difficoltà.

Al diving dell’hotel in cui alloggiavamo vi era una guida egiziana e un amico conosciuto a Sharm, un keniota di nome Katana.

La guida egiziana era considerata il nacuda della zona, era un locale che conosceva a perfezione ogni sito.

In quegli anni era considerata una nuova meta turistica affacciata sul quel preziosissimo mare, oltre a lui non vi era praticamente nulla se non quanto offerto dal villaggio turistico.

In realtà vi era un affascinante deserto, una distesa di pietre, roccia e colline in lontananza (foto 1). Nostro malgrado ci toccò constatare che vi erano tante immondizie, tanta plastica ai margini delle strade e nel deserto trasportate qua e la dal forte vento sempre presente.

Il giorno seguente iniziammo subito con i tuffi in profondità. Ci si spostava con un piccolo pulmino, giunti sul sito gli egiziani stendevano tappeti a terra e scaricavano le cassette con l’attrezzatura. Con calma assemblavamo il gruppo e indossavamo la muta (foto 10) e, una volta pronti, si entrava in mare camminando sulla barriera sino al dirupo, al drop off.

Girati di spalle ci si lasciava cadere in acqua quasi come si entrasse da un gommone. Chi voleva far meno fatica poteva andare senza attrezzatura, entrare in acqua, farsi passare il pesante fardello dallo staff e indossare il tutto galleggiando sulla superficie.

Questa manovra è molto comoda e anche semplice con il mare calmo, con le onde è sconsigliata.

In quella zona vi è quasi sempre corrente anche piuttosto forte. La maggior parte delle escursioni subacquee si facevano seguendo il reef contro corrente e rientrando con la stessa a favore. All’inizio si hanno più energie ed aria ed è la cosa da fare. Solo le poche immersioni fatte dal gommone le abbiamo condotte in drift ( alla deriva in corrente).

Ci si tuffa dall’imbarcazione, ci si immerge lasciandosi trasportare dalla forza del mare. Avendo esperienza, sono riposanti, non si fa fatica se non per rimanere distanti dalla barriera ed evitare gli ostacoli o, se si è adocchiato qualche cosa di attraente, per restare fermi ad osservare.

Terminato il tempo o arrivati alla soglia della riserva d’aria, in totale sicurezza si risale. Una volta in superficie si viene recuperati dalla barca. Ne facemmo una sola lungo la costa, il mare era particolarmente agitato oltre la barriera e in barca si saltava non poco.

Un’altra giornata ci spingemmo sino ad Elphistone reef, il più famoso sito di immersione della costa meridionale. E’ per esperti, sia per la lontananza, sia per la profondità (40 metri) che per le forti correnti che vi sono sempre o quasi.

Ce ne avevano parlato tanto e decidemmo di andare. La mattina lasciammo la costa con un mare stranamente piatto, giungemmo sul reef che era calmo e fluido come l’olio freddo in padella.

Ci fecero il briefing pre immersione durante il quale ci raccomandarono di scendere subito sotto ed di andare ad attaccarsi alla cima dell’ancora per evitare che la corrente ci allontanasse dal sito (è un atollo ben lontano dalla costa e isolato).

Mia moglie era un po’ agitata, queste cose da fare in fretta non le gradisce mai ma obbedì anche lei. Pronti, controllato il tutto, non vi era tempo per recuperare cose dimenticate, ci lanciammo all’indietro con la capovolta pronti a sentir la corrente ostacolarci.

Rimanemmo tutti di stucco, non ve ne era traccia, calma piatta. Quel sito è famoso, oltre che per i colori della barriera, dove c’è corrente, c’è cibo, e dove c’è cibo c’è vita, anche perché offre la possibilità di avvistare varie specie di squali, il Longimanus per esempio.

Fu un’immersione facilissima quel giorno, nessuna corrente né in superficie né in profondità e, forse per questo, nessuna traccia di quegli enormi pesci cartilaginei. Vi riprovammo un altro giorno ma il mare era talmente agitato che si decise di rientrare per immergersi lungo il reef antistante l’hotel.

L’immersione più semplice e che ci ha regalato un incontro più unico che raro è stata nella baia di Abu Dabbab Beach. Fu l’ultima immersione della settimana, prima di rientrare in Italia.Per nulla impegnativa per profondità e fondali si entrava in acqua dallaspiaggia di un hotel.

Fondale sabbioso con qualche pinnacolo di madrepora e altra concrezione corallina, offriva apparentemente poco. Non vi erano i bei colori tipici di quell’ambiente tropicale, anche l’acqua era torbida, vi era molta sospensione.

Girammo e rigirammo lungo il fondo senza mai superare i quindici metri e senza avvistare granché. Finalmente scorgemmo una bellissima tartaruga (foto 19 e 20) con la remora che le nuotava attorno o incollata al carapace.

Poco dopo, ben mimetizzato nella sabbia, scorgemmo un pesce chitarra, o violino (Rhinobatidae) (foto 17 e 18), che sembrava immobile ma, quando andammo a fotografarlo e ad osservarlo da vicino, fece vibrare impercettibilmente le pinne dorsali e dopo pochi secondi si spostò dieci metri più in la.

Erano passati già cinquanta minuti di immersione e la nostra guida ci faceva capire che era ora di risalire. Noi facevamo finta di non comprendere, volevamo vedere colui che ci avevano promesso e per cui ci avevano condotto li.

Aria ne avevamo in abbondanza, più di centotrenta atmosfere, per nulla freddo e allora gli facemmo capire che volevamo rimanere ancora.

Continuammo a girare e, quando oramai eravamo quasi rassegnati, lo incontrammo, il dugongo (Dugong dugon) era li con il muso a setacciare il fondale in cerca di cibo (foto 12, 13, 14, 15). Stranissima creatura veramente imponente e pacifica.

Non si curava proprio di noi, continuava a brucare, a spostarsi di qualche metro e a brucare ancora. Rimanemmo attorno a lui almeno quindici minuti ad osservarlo, ad ammirarlo, sempre a debita distanza.

La natura va rispettata aggredirle è sempre sbagliato e poi a che pro? Per farsi la foto a cavallo o qualche altra amenità inguardabile?

Era giunta l’ora di uscire, eravamo a mollo da quasi un’ora e mezza.

Mentre tornavamo verso riva ci nuotò a pochi centimetri una torpedine che andò a posarsi poco più avanti di dove avevamo lasciato il dugongo (foto 16). L’obiettivo era stato raggiunto, ritornammo in hotel raggianti, raccontandoci ogni aspetto di quella bellissima avventura e di quelle dei giorni precedenti.

La barriera corallina di questi luoghi a me non è piaciuta molto.

E’ bellissima ma dopo aver affrontato decine e decine di volte le profondità del Sinai, di Tiran e di Ras Mohammed, quei luoghi secondo me erano, e sono tuttora, unici e imbattibili.

In Sinai non vi è giornata in cui non si possa uscire in mare, mentre a Marsa Alam, molto più esposta ai venti, spesso si faceva fatica anche a fare il bagno davanti l’hotel. Le onde violente ti spingevano verso la barriera e la visibilità era inferiore.

Una volta almeno va visitata, anche perché da li si può raggiungere Luxor con la sua valle dei faraoni. Già che c’eravamo un giorno di mare lo sacrificammo per visitare quel luogo, non fu per nulla riposante.

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