E' un luogo di informazione sportiva, sociale, emozionale. Raccontare storie di persone, atleti, grandi imprese, trionfi e delusioni, è la nostra mission. Facciamo informazione, produciamo confronti ideologici.
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Luca Scinto

Luca Scinto, sono 53

Buon compleanno Luca Scinto.

Luca Scinto, l’eclettico direttore sportivo dei Team di Angelo Citracca, oggi compie 53 anni.

Nato a Galleno di Fucecchio (Città metropolitana di Firenze) il 28 gennaio 1968, Luca Scinto ha iniziato a correre in bici molto giovane.

Lo abbiamo intervistato per narrarvi la sua lunga carriera. Luca Scinto è un fiume in piena, ci ha raccontato i suoi anni di gare sia in bici che in ammiraglia; del suo splendido rapporto di amicizia e di lavoro con Angelo Citracca, che saluto. Ci ha illustrato i suoi 4 mondiali corsi e conclusi, iniziando da quello di Zolder, vinto da Mario Cipollini. Non vi resta che leggere quanto segue!

Luca, dal 1994 al 2002 professionista, dal 2003 direttore sportivo, quando hai scoperto di essere tagliato per questo ruolo?

Dopo il professionismo ho iniziato a lavorare un po’ con Ballerini e poi Citracca mi ha offerto di fare il direttore sportivo con i dilettanti e gli dissi: provo Angelo, non so se son capace, voglio vedere se son capace. All’inizio pur avendo smesso avevo sempre la testa da corridore, bisognerebbe fare un po’ di gavetta. Non si passa da un ruolo all’altro di botto. Ho avuto una buona scuola, nei dilettanti davo l’olio alla catena, davo l’olio alle gambe prima di partire, dovevo montare le ruote, ho fatto una bella gavetta. I ciclisti di alto livello non sanno che la vita fuori dal ciclismo professionistico è ben diversa da quella che credono.

Credo che per fare il direttore sportivo ci si deve nascere, non è detto che un grande campione in bicicletta sia un grande direttore sportivo, ci vuole l’indole, bisogna essere carismatico, deve essere fedele alle proprie idee e aver la visione della corsa. Deve avere la capacità di capire quando il corridore ha bisogno, quando è il momento di lasciarlo stare. Il direttore sportivo non è quello bravo a fare programmi al computer, ad occuparsi della logistica, programmare le attività dei corridori. Fanno parte anche queste cose ma il vero direttore sportivo deve avere un contatto umano con gli atleti, deve avere una visione completa della corsa, deve montare in macchina e deve essere un punto di riferimento per i corridori. Il direttore sportivo deve essere carismatico, deve saper leggere la corsa, capire le esigenze del corridore, individuare la tattica giusta, sapere quando il corridore deve andare avanti, quando stare in gruppo, deve sapere quando e da dove tira il vento, deve sapere motivare i corridori.

Sono 19 anni che sto con Angelo Citracca, per me è come un fratello. Lui volle far transitare la squadra tra i professionisti, io ero un po’ scettico e stavo bene tra i dilettanti, abbiamo fatto il passo e siamo ancora qua. Si fanno sacrifici, si spera ogni giorno di crescere e si va avanti.

Finché Citracca farà la squadra, Scinto sarà con Citracca, nel bene e nel male.

Chi ti ha formato maggiormente come atleta? Quanto ti ci è voluto per farti le spalle grosse per affrontare tanti anni nella massima categoria?

Nella mia carriera devo ringraziare Maximilian Sciandri, senza di lui non sarei diventato professionista. A quei tempi non era facile, ne passavano 4, 5 o 6 all’anno. Nei dilettanti ho sempre vinto, dal primo anno in poi. Ho fatto una bella carriera in quella categoria però non riuscivo a passare. Ci fu il blocco olimpico, poi ebbi dei problemi di salute, fui operato all’arteria iliaca. Poi Sciandri, che credeva in me, mi propose a Giancarlo Ferretti e da li è cominciata la favola del professionismo.

9 anni di professionismo, 19 anni come direttore sportivo tra dilettanti e poi professional, quali sono i colleghi che hai più a cuore e quali i corridori che hai diretto che ti hanno dato di più? Gregario di lusso, hai corso in squadra con Michele Bartoli, che ricordi hai di quegli anni?

Ho avuto la fortuna di correre con grandi campioni, con campioni olimpici come Pascal Richard, Sciandri, Gianni Bugno, Johan Museeuw, Pavel Tonkov, Saligari, Cassani. Il mio capitano era Michele Bartoli con cui sono cresciuto parecchio, dove sono riuscito a guadagnare, a quei tempi, molto bene grazie a Michele Bartoli ma grazie anche a me stesso. Sono stato lo scudiero di Bartoli nella Mapei sino agli ultimi due anni che ho fatto senza di lui. Ho avuto la fortuna di correre nelle migliori squadre che c’erano. Nella MG TechnoGym è stata una esperienza grandiosa con Giancarlo Ferretti, dove ho imparato tantissimo. Giancarlo è un maestro e a lui mi sono ispirato da direttore sportivo. Il numero uno in assoluto. Ancora ora, siamo nel 2021, direttori sportivi come Ferretti non ne vedo. Lui aveva anche la fortuna di essere manager e direttore sportivo. Sciandri é stato molto importante, Ferretti è stato molto importante per me, e poi Michele Bartoli è stato importantissimo.

La Mapei è stata una delle squadre più forti al mondo, vi hanno corso campioni nazionali ed internazionali come Bugno, Bettini e Tonkov.

Ho avuto la fortuna di correre nella Mapei, una grandissima squadra. Prima ero nell’Asics, una squadra un po’ come la mia di ora. La Mapei era una grandissima squadra, una grande organizzazione, un grande budget, tantissimi corridori che alla fine non riuscivo neanche a conoscere. Ho conosciuto Fabian Cancellara, ci si prendeva in giro. Lui disse a me che un giorno avrei vinto un giro di Francia e io lo prendevo in giro, ero un ragazzetto, e… Pozzato l’ho preso per un orecchio più di una volta, ero un veterano e lui era un giovane. La Mapei è stata una grande esperienza di vita.

Quando e come hai conosciuto Franco Ballerini?

Ero dilettante, lui correva con Francesco Moser, Bartoli e tanti altri famosi corridori. Era di Bottegone – frazione di Pistoia – lui l’ho conosciuto li. Ho poi abitato vicino a lui e mi ci allenavo insieme da professionista, siamo diventati molto amici. Avevo 20 anni, 21. Siamo diventati veramente amici, si usciva insieme con le famiglie. L’amicizia è diventata sempre più forte a mano a mano che gli anni passavano, alla Mapei è cresciuto ancora e c’era un rapporto d’amicizia bello. Tutt’ora con la famiglia di Franco sono in ottimi rapporti, con Sabrina e con i figli. Io e Angelo siamo forse gli unici rimasti vicini alla famiglia. Molti oggi si sono dimenticati. Tutti montavano sulla barca, sulla nave. Quando poi è morto si sono dimenticati dell’affetto, dell’amicizia. Personalmente mi ritengo una persona schietta, vera e diretta. Con franco c’è stato un rapporto bellissimo, è stato un mio consigliere assieme ad Alfredo Martini (Calenzano, 18 febbraio 1921 – Sesto Fiorentino, 25 agosto 2014), sia da dilettante che nei professionisti. Io, Franco in nazionale lo salutavo distaccato, lui era il CT. La sera poi si era insieme. Franco Ballerini è stato testimone al battesimo, assieme alla moglie, della mia bimba. Per me la scomparsa di Franco è stata un fulmine a ciel sereno. Tutti i giorni vado a prendere il caffè da Sabrina (moglie di Franco Ballerini), dai figli. Tutte le estati si sta insieme. La squadra giovanile dedicata a Franco Ballerini è mia e di Angelo – Citracca – e questa squadra andrà avanti fino a che siamo vivi. Porteremo avanti il nome di Franco Ballerini con orgoglio in tutto il mondo.

Porteremo avanti il nome di Franco Ballerini con orgoglio in tutto il mondo, è veramente importante quello che hai detto.

Hai iniziato a parlare dei giovani, ci racconti della situazione odierna? Quale è il tuo pensiero?

Tutti ci criticano, vedo sui social che c’è tanta gente che mi vuole male, ma noi siamo l’unico team professionistico che ha una squadra giovanile. Una squadra che tira su corridori come Tiberi, ora alla Trek. Facciamo correre i corridori delle mie zone e poi andiamo a prendere dei corridorini che riusciamo a vedere o ci consigliano. “Oh, guarda, c’è sto ragazzetto è buono” e lo prendo. Tiberi è stato uno di quelli ma ti posso dire anche Butteroni e altri. Abbiamo tirato su dei ragazzi e poi arrivano, giustamente, dei procuratori se li prendono e passano come se loro hanno scoperto i corridori. Che Tiberi era un predestinato io l’ho detto già a tempo dovuto. Siamo l’unica squadra, non c’è un’altra pro tour che fa un settore giovanile come noi. Un anno abbiamo provato a fare anche la categoria dilettanti, abbiamo dei ragazzini che tra 4 /5 anni potranno diventare ottimi corridori. Veljko Stojnic, che ha vinto la Firenze Viareggio, è un corridore che farà parlare di sé.

C’è da dire che quando vai a vedere una corsa di allievi o di juniores e ci sono più procuratori che genitori ti fa capire! I procuratori fanno il loro lavoro, per l’amor di Dio, però nella psicologia dell’atleta, se hai il procuratore di Nibali, il procuratore di Pozzovivo, il procuratore di Tizio e Caio sti ragazzi giovani si credono già arrivati… io direi che un giovane deve fare l’apprendistato di almeno due o tre anni per crescere.

Da professionisti, 2 anni di contratto possono bastare per capire se un corridore ha stoffa o no?

Noi non abbiamo la possibilità di fare contratti di 4 anni. Ho preso corridori da altre squadre professional che con loro andavano piano e con me sono andati forte. Forse li hanno abbandonati troppo presto, vedi Simone Velasco. Ho avuto corridori che erano forti e poi si sono spenti, credo che ci vogliano 3 o 4 anni. Ho sei un fenomeno ed emergi subito o se no hai bisogno di 3 o 4 anni. Daniel Martinez (ora alla Ineos) me lo ha dato un procuratore tra i più bravi al mondo. Martinez l’ho tenuto, gli ho fatto fare 2 giri d’Italia, ha preso delle scopole, è arrivato finito. L’ho fatto correre e l’ho sempre detto a Gastaldello, agli altri della Wilier Triestina, a tutti che questo Martinez aveva un avvenire come corridore e non mi sono sbagliato. L’ho tirato su e non me lo sono potuto godere neanche un anno, quando ha iniziato ad andare forte perché, giustamente, è poi andato in una squadra World Tour. Non l’ho sciupato, l’ho costruito mentalmente e fisicamente dandogli anche delle belle pacche. Credo di avergli dato una buona lezione di vita ed ora sta diventando un ottimo corridore.

Hai partecipato a 5 mondiali, uno da dilettante e 4 da professionista, dato eccezionale, quale ti ha dato di più al di là del piazzamento? Forse l’ultimo vinto da Mario Cipollini?

Il mondiale di Zolder (2002 – CT Franco Ballerini) che abbiamo vinto è un film. Uno può dire di Mario il meglio e il peggio che c’è da dire ma uno carismatico come Mario Cipollini ne ho trovati pochissimi. Franco Ballerini era uno stratega, riusciva a fare un gruppo fantastico in una settimana. Franco trasmetteva tranquillità, una cosa incredibile. Il giorno che sono arrivato in albergo al mondiale, mi accorsi subito del clima che stavano creando Ballero – soprannome di Franco Ballerini – e Mario Cipollini. E’ stato un gruppo unito e non è stato facile vincere quel mondiale. Tirare per 240 chilometri come ho fatto io, Bramati e gli altri non è stato facile. Vincere un mondiale non è facile. Per me è stato un film bellissimo, finito in una maniera stupenda. Un ricordo che rimarrà nel mio cuore e ogni tanto mi vado a rivedere le immagini di quel mondiale. Non più di una settimana fa con Mario ci siamo detti, anche se purtroppo molte persone di allora non ci sono più, che ci piacerebbe fare un ritrovo di quelli che ci sono per ricordare il mondiale di Zolder. Mario ha detto che bisogna farlo non appena finirà questo virus che ci costringe a fare una vita segregata, si farà.

Il mondiale dove sono andato più forte, dire Zolder è patetico, sono andato forte, ma il mondiale dove sono andato più forte è stato Plouay ( 2000 – 39º Scinto – arrivò Michele Bartoli, primo degli italiani). Sono andato fortissimo, fortissimo, addirittura se facevo la prima corsa sarei arrivato davanti, nei primi quindici sicuramente. Ho lavorato per Michele Bartoli, ne sono orgoglioso, ho fatto selezione, a tre giri dalla fine siamo rimasti in 30 corridori con l’azione che ho fatto. C’è anche un filmato in cui si vede che Petacchi si è spostato e si è staccato per colpa mia. Era una azione fatta per Michele Bartoli, decisa da Michele Bartoli. Poi andò a finire male, Bartoli arrivò quarto, vi fu la polemica con Bettini che non gli tirò la volata. E’ stata una cosa tra loro, per me è stato il mondiale dove sono andato più forte . I mondiali sono tutti belli, gli ho finiti tutti, non mi sono mai ritirato. In ogni mondiale ho dato il 120%.

L’emozione più bella è stata al mondiale a San Sebastian (1997 – CT Alfredo Martini), era il primo. Devo dire che nessuno mi ha mai regalato niente, neanche Franco Ballerini. Alfredo Martini non mi ha mai detto che mi portava ad un mondiale, non si è mai sbilanciato. Me li sono sempre guadagnati con delle belle prestazioni, non perché ero il pupillo di Bartoli, me li sono guadagnati sulla strada.

Hai fatto il gregario, avresti voluto avere più spazio per te e giocarti la vittoria in molte altre gare?

No, no, ho fatto la mia scelta. Sono un corridore che si è guardato dentro e ho capito che dovevo fare il gregario di lusso. Superati i 200 chilometri Scinto c’è sempre. Ho fatto ottimi piazzamenti al Fiandre, al Lombardia, ma lavorando. Alla Freccia Vallone, quando ha vinto Michele Bartoli, sotto la neve, erano miei i guanti in neoprene che aveva. Glieli ho dati a 60 chilometri dall’arrivo quando ero in fuga e ha cominciato a nevicare forte. Mi fa, sono senza guanti, mi vai a prendere i guanti? Gli dissi, siamo in un gruppetto di 30,40 corridori, l’ammiraglia è a 2 minuti, “come fo a pigliarti i guanti?“. Levai i miei guanti e gli detti i miei guanti. Rimasi coni guanti di lana e lui vinse anche grazie ai miei guanti.

Da un bel po’ di anni fai coppia fissa, professionalmente parlando, con Angelo Citracca, che corridore era? Che general manager è?

Ci siamo conosciuti a San Baronto da dilettanti, è venuto li da corridore. A pelle c’è sempre stata una amicizia tra noi. Addirittura da dilettanti, siamo arrivati insieme io e lui e m’ha battuto. Da dilettante Angelo era veramente un corridore forte, anche a livello internazionale era uno dei corridori italiani più forti. Abbiamo sempre avuto un rapporto bellissimo. La sua carriera poi è finita per problemi fisici, io ho continuato come professionista e poi ci siamo ritrovati. Lui è stato molto bravo, ha iniziato quasi per gioco con una squadra di allievi, poi juniorer, dilettanti, è stato veramente bravissimo a crescere.

Come manager? Io darei il nostro badget a un grande manager di professionisti World Tour e vorrei vedere cosa tirano fuori. Angelo è veramente bravo, mi piacerebbe vederlo un domani dirigere una squadra World Tour con un bel budget, credo che non ce ne sarebbe per nessuno. E’ un complimento che gli fò perché è verità.

In tanti anni di attività, purtroppo, hai dovuto avere a che fare con tuoi corridori trovati positivi ai controlli antidoping, senza fare nomi, quale è la tua posizione nei confronti di questo problema? Quale è la politica del Team nei confronti dei “positivi”?

Purtroppo ci sono sempre gli stupidi. Quelli che si comportano così sono corridori che vogliono rubare, mettere a repentaglio la loro carriera e quella dei loro compagni di squadra. Un corridore trovato positivo fa del male a tutti, all’intero ciclismo. Purtroppo le mele marce ci sono ovunque, in qualunque ambiente di lavoro o altro. Tutto il mondo è paese, la mamma degli imbecilli è sempre incinta. Il ciclismo resta lo sport più controllato di tutti e se si trova un corridore che sbaglia è bene che venga eliminato – ciclisticamente parlando. Io non dormo con gli atleti, non sono a casa con loro quando si allenano. Come posso sapere cosa fanno? Come team abbiamo un regolamento interno che parla di doping, di comportamento etico, parla di comportamento negli alberghi, di educazione, parla di tutto. Loro lo leggono e lo firmano, sia atleti che staff. E’ previsto il licenziamento e la denuncia in caso di doping.

Ci troviamo a vivere un epoca resa ancora più complicata dal Covid-19, il 2020 è passato con tante preoccupazioni, il 2021 come lo vedi ciclisticamente parlando?

Spero come tutti che questo Covid rallenti, vada via. Nel ciclismo abbiamo dimostrato che si può correre con il distanziamento, con le bolle, con le regole. Credo che anche quest’anno, almeno all’inizio, si correrà ancora blindati. Spero poi, con l’arrivo del caldo, ci sia un po’ più di libertà. Il Covid-19 l’ho preso e mi son reso conto che è una cosa pericolosa, non c’è da scherzarci. Se lo prendi da asintomatico come mia figlia non ti rendi conto di niente, se lo prendi come l’ho preso io, soprattutto la prima settimana, ho avuto veramente paura. C’è da stare attenti! Ora delle corse sono saltate, vedi l’Argentina. La, poverini hanno avuto anche il terremoto, hanno anche questa bella grana da superare. E’ saltata anche l’Andalusia e potrebbe saltare pure la Valenciana, però credo che da marzo si ricomincia a correre.

Andate quest’anno al Giro d’Italia ?

Per il Giro d’Italia dico che finché c’è vita c’è speranza.

Ultima domanda prima di tagliare la torta: quante multe ha dovuto pagare Citracca in questi anni a causa tua?

Molte, molte, molte! La storia della borraccia, tutti mi hanno dato contro. Visconti mi ha chiamato troppo tardi, mancavano 10 chilometri e 300 metri all’arrivo. Non ce l’ho fatta ad arrivare in tempo, è un regolamento assurdo, far stare un corridore senza acqua si mette a rischio la salute. Quando sono arrivato era passato il cartello dei 10 chilometri, c’è il regolamento e va rispettato. Ho chiesto al giudice se poteva chiudere un occhio ma lui ha detto che non lo poteva fare perché c’era la Tv e l’UCI che guardavano come la VAR, e ho avuto un colpo di stizza ma non contro i giudici ma con il corridore. Quando eravamo a 12 chilometri dall’arrivo ero li con il corridore, me lo poteva dire che voleva l’acqua. Nel gesto di stizza gli ho detto cavolo (più o meno), me lo potevi dire prima? Ce l’avevo con lui, anche con me stesso poi un po’ con tutti. Mi stavo giocando una tappa del Giro d’Italia, in Sicilia sull’Etna, una professional tra i migliori professionisti, potevamo vincere la tappa, per noi una ciliegina sulla torta incredibile, una occasione che capita raramente. Potevamo vincere in Sicilia, sull’Etna con un corridore siciliano, una tappa del Giro d’Italia e prendere la maglia. Sarebbe stata una apoteosi ed è normale che, a non dargli l’acqua, credevo di avergli fatto un danno. E’ stato un gesto mio di stizza istintivo. Ci sono allenatori di calcio che guadagnano milioni di euro l’anno che lanciano giacche, bottiglie e altro. Non è stato un bel gesto, è stato istintivo, purtroppo Scinto è così nel bene e nel male.

Come ti senti da cinquantatreenne?

Mi sento un trentacinquenne. Da quanto ho ricominciato a fare un po’ di sport a controllarmi nel mangiare e sono dimagrito mi sento bene. Dopo il professionismo avevo mollato un po’ di testa, quando ho smesso di correre non facevo più attività. Ora mi sento giovane perché sto con i giovani, ho la mentalità da giovane e… anche se i miei figli mi dicono: oh babbo, hai 53 anni! Qualche ruga ce l’ho ma, come battuta dico, che è perché ho fatto tanta fatica in bici. Non ho un capello bianco e a 53 anni è un orgoglio. Quando le mie figlie mi dicono, papà non hai neanche un capello bianco, ma che bellezza è?

Buon compleanno Luca, grazie prima di tutto per l’amicizia e poi per questa intervista.

Speriamo di vederci presto alle corse, ancora mille auguri W la classe ’68.

La carriera

E’ stato un passista, forte gregario alla corte di Michele Bartoli, professionista dal 1994 al 2002.

Dal 1994 al 1997 ha militato nella formazione MG Boys Maglificio – TechnoGym (già GB MG Maglificio) per poi passare, nel 1998, con ASICS. Dal 1999 al 2002 ha corso per una delle formazioni più forti al mondo, la MAPEI.

In quel team corsero Franco Ballerini (a cui è dedicata la squadra giovanile di Citracca), Tony Rominger,  Johan Museeuw, Pavel Tonkov, Gianni Bugno, Paolo Bettini, solo per citarne alcuni.

Non ebbe molto spazio per successi personali: vinse nel 1995 il Gran Premio Città di Camaiore e la Berner Rundfahrt, gara che si corre in Svizzera; nel 1997, la 6ª tappa Tour de Langkawi e la Classifica generale Tour de Langkawi; nel 1999 il Giro di Toscana e nel 2000 la 1ª tappa Uniqa Classic, gara austriaca che si corse sino al 2005.

Nel suo palmares si contano 4 partecipazioni al Giro d’Italia (1994 – 86°, 1995,1998,2001 – 109°), un Tour de France concluso in 120° posizione, 4 Milano-Sanremo (1997,1998,1999,2001), un Giro delle Fiandre (concluso in 52° posizione), una Liegi-Bastogne-Liegi (34° al traguardo), 2 Giri di Lombardia (37° nel 1994 e 12° nel 2000).

E’ stato convocato in nazionale ed ha partecipato a ben 4 mondiali su strada Elite: a San Sebastián nel 1997 (72º – 10° arrivò Michele Bartoli, primo degli italiani – CT Alfredo Martini); Valkenburg nel 1998 (42º – arrivò Michele Bartoli, primo degli italiani – CT Antonio Fusi); Plouay nel 2000 (39º – arrivò Michele Bartoli, primo degli italiani – CT Antonio Fusi); Zolder nel 2002 (78º – arrivò Mario Cippollini – CT Franco Ballerini).

Sceso dalla bici, nel 2009 diventa il direttore sportivo della formazione Professional toscana Vini Zabù (già ISD, Farnese Vini, Fantini, Yellow Fluo, Neri Sottoli, Southeast e Wilier Triestina) e inizia la lunga e solida collaborazione con Angelo Citracca, general manager dei medesimi team.

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