Bici Gravel, opportunità per l’artigianato italiano

Bici Gravel, opportunità per l’artigianato italiano

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Il mercato delle bici Gravel, dopo un avvio piuttosto lento, sta segnando grossi volumi di vendite anche in Europa.

Non abbiamo ancora i dati ufficiali sul 2020 ma, sappiamo con certezza che è stato un anno ancor più positivo del 2019 in cui si sono vendute quasi 2 milioni di bici solo in Italia.

Sono nate negli Stati Uniti, un paese con distese enormi di campagna, sterrati e ciclabili. Hanno avuto l’azzardo di modificare una bici da corsa per renderla adatta a questi tipi di percorsi: irrobustito il telaio, modificate le geometrie, equipaggiate di porta pacchi, luci e ruote più robuste con copertoni più simili alle MTB che alle bici da strada.

Bici prevalentemente realizzate in alluminio o acciaio, il carbonio viene utilizzato molto poco.

I prezzi delle Gravel di questi materiali superano di poco, in alcuni casi, i 2 mila euro.

Attualmente la maggior parte di biciclette proviene da oriente, dove ci sono aziende specializzate e a minor costo, nella produzione di tutto.

Mentre per la lavorazione del carbonio, che prevede stampi e procedure particolari, per la lavorazione dei tubi d’acciaio e alluminio si potrebbe fare molto in casa.

L’Italia è sempre stata al top nel mondo per la produzione di velocipedi, perché allora non tornare a produrre capolavori su grande scala?

Le Gravel, che devono essere bici al tempo stesso leggere e robuste, utilizzano moltissimo questi due materiali.

Alcune aziende artigiane già lo fanno con ottimi risultati. Qualcuna, addirittura, realizza prodotti in carbonio e titanio.

E’ complicato fare i grandi numeri dell’industria estera ma è indubbio che, in questa epoca di carenza di prodotti, sia più che necessario aprire gli occhi e, soprattutto, cogliere la palla al balzo per capire la necessità di una sorta di indipendenza nazionale dalle politiche internazionali.

Produrre biciclette italiane, produrre componentistica italiana potrebbe renderci più liberi dai capricci o dalle politiche commerciali mondiali.

Produrre bici italiane, come prodotti dell’agricoltura made in Italy, latte italiano, vestiti italiani non sono un utopia, ma una necessità.

La logica vorrebbe che si usassero prima le cose di casa e solo ciò che manca lo si acquisti dagli altri. Delocalizzare ogni tipo di produzione per massimizzare i guadagni, come si è fatto negli ultimi 30 anni, ci ha portati ad essere totalmente dipendenti da paesi come la Cina.

Ci ha indotto addirittura a buttare in strada frutta, verdura, latte perché eccedenti le quote previste e calcolate in qualche modo.

Da domani potremmo essere tutti senza mutande, se Cina, Bangladesh o India decidessero di non vendercele più.

Le mascherine, che ci costano in media 200 euro l’anno a persona, arrivano quasi tutte dall’oriente. Noi non siamo in grado di fare in casa e meglio?

Con i miliardi di euro che stiamo spendendo per approvvigionarsi di vaccini, senza riuscirci e con tutte le problematiche connesse, non potremmo seriamente costruire aziende per produrne?

Oltre 41 miliardi di euro. A tanto ammontano le autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari italiani dell’ultimo quinquennio.

L’industria delle armi italiana, purtroppo è fiorente e non ha chiuso nemmeno un giorno nemmeno durante il lockdown 2020: invece delle armi, come le mine che stanno uccidendo e amputando arti nel mondo, non potremmo basare la nostra economia sulla produzione di cose pro vita?

L’Italia sarebbe un paese migliore, soprattutto meno ipocrita.

Potremmo ripartire dalle ceneri seminate dal Covid-19 per tornare ad essere il paese delle grandi firme e della qualità made in Italy. Il Paese della Campagnolo, della Bianchi, Cinelli, Bottecchia, Colnago e mille altri marchi che hanno fatto veramente la storia della nostra nazione.

Siamo Europei, siamo nel Mondo ma dobbiamo recuperare la nostra identità nazionale e riaffermarla.