SHARM EL SHEIKH, primo tuffo

SHARM EL SHEIKH, primo tuffo

16 Aprile 2021 Off Di EugenioInGiro
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Alloggiavamo al piccolo e confortevole Al Bostan, a Naama Bay. All’interno dell’Hotel, come quasi in tutti, vi era il Centro Immersioni (Diving Center).

Avevamo scelto l’Holiday Service Diving Center soprattutto perché era gestito da italiani. Era il diving ufficiale di SSI Italia, di cui era Presidente e fondatore Umberto Pepoli.

Il diving lo dirigeva Fulvia Lami, socia di Umberto. Fu proprio Pepoli, qualche anno dopo, a farmi l’esame di istruttore e a rilasciarmi il relativo brevetto.

Ricordavo il Mar Rosso raccontato nel libroSesto Continente” di Folco Quilici, un documento storico perché, con la bravura descrittiva dell’autore, si narra un paesaggio incontaminato, dove non c’era ancora nulla se non piccoli centri abitati di baracche dove abitavano le popolazioni locali.

Di quei pesci di cui oggi sappiamo quasi tutto, allora non se ne conosceva nemmeno l’esistenza. Era un po’ come andare sulla luna, un luogo mai visto, quello erano i fondali di quel tratto di mare.

Sesto continente” è prima un film documentario (il primo a colori uscito nel 1954) e poi un libro (prima edizione anno 2000, Rizzoli, Saggi Italiani) che racconta la spedizione esplorativa in quella parte di mondo, fatta tra il 1952 e il 1953.

Fu progettata e organizzata da Bruno Vailati (Alessandria d’Egitto, 2 settembre 1919 – Roma, 26 febbraio 1990 – è stato il partigiano “Italo Morandi” e regista italiano).

Il gruppo era composto dal comandante Raimondo Bucher in qualità di direttore della sezione sportiva, accompagnato dalla moglie Enza campionessa italiana di caccia subacquea e da: “Silverio Zecca, detto l’uomo anfibio; la pittrice Priscilla Hastings, che avrebbe realizzato le proprie opere direttamente sul fondo del mare; il giornalista Gianni Roghi; gli idrobiologi Francesco Baschieri Salvadori e Luigi Stuart Tovini dell’Università di Roma, il dott. Alberto Grazioli medico della spedizione, l’operatore cinematografico Masino Manunza e il fotografo Giorgio Ravelli.

Il documentario fu girato nel Mar Rosso alle isole Dahlak e presentato alla 15ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 1954. Molte specie di pesci, invertebrati e coralli raccolti in circa dieci mila ore di immersioni, furono poi catalogati dieci anni dopo presso il museo zoologico di Roma da un team di studenti di Scienze naturali coordinati dallo stesso prof. Francesco Baschieri Salvadori”.

L’appuntamento in barca era fissato per il giorno successivo al nostro arrivo. La prima esperienza di Red Sea avvenne sulla spiaggia antistante l’hotel. La prima passeggiata in spiaggia, la prima camminata sulla passerella galleggiante fatta di quadratoni di plastica uno agganciato all’altro che portano al di la del dropoff, oltre la barriera corallina incalpestabile.

Acqua trasparente mai vista prima, il fondale sembrava a contatto con la superficie, colori come quelli non li avevo mai ammirati sino a quel preciso istante. Venivo dall’alto adriatico, un mare poco profondo, dal fondale sabbioso e scuro, nei pressi della foce dei più grandi fiumi italiani, il Po e l’Adige. Le mie prime immersioni con bombole le avevo fatte in quel mare e nel lago più grande d’Italia nonché in cave dismesse. L’isola d’Elba e la costa salentina le avevo ammirate, certamente migliori di gran lunga dei primi citati ma, comunque, assolutamente nulla confronto a quanto stavo osservando in quel momento.

La spiaggia di Naama Bay è piuttosto ampia ma nulla a che vedere con le immense distese del nord est d’Italia. Nata sulla foce di un fiume oramai secco da secoli, in pochi anni è diventata la meta turistica più popolare e frequentata del Mar Rosso, gli hotel si fa fatica a contarli da quanti sono. Il protagonista indiscusso è il mare, a seguire il clima caldo e asciutto.

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E’ ora di entrare in acqua, troppo forte l’attrazione che si prova, il sogno di una vita si sta realizzando ed ecco che le caviglie sono immerse, ora le gambe sino ai fianchi, ora tutto il corpo compresi maschera e boccaglio. L’acqua è calda, per nulla difficile “prenderla”, il sole scotta e brucia la pelle, eccomi immerso in un acquario tropicale. Sono letteralmente impazzito e la mia macchina fotografica può testimoniarlo. Mentre, di norma, con un rullino facevo più immersioni, li uno non mi bastava nemmeno per fare una nuotatina. Quel giorno, se ne andarono ben tre rullini da trentasei scatti (era il 1998, le digitali erano a disposizione di pochi).

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L’immergermi, pensando ai pericoli, ai rischi, alle parole di chi ti conosce che teme quello che fai mi mette paura. Non nego che l’angoscia un po’ mi assale il giorno prima ma la gioia, la felicità è più grande e quando, muta indossata, metto l’attrezzatura in spalla o scendo in apnea, la tranquillità, la serenità si impossessano di tutto il mio io.

In acqua, anche a più di cinquanta metri di profondità, mi sono sempre sentito a mio agio, ho sempre gestito situazioni normali, situazioni impegnative, con la serenità che fuori poche volte ho.

Il giorno della prima immersione è arrivato. Io e Caterina veniamo prelevati in albergo dal pulmino del diving che, dopo aver fatto il giro per alberghi a prendere altri sub, ci ha portato tutti al porto. Ad attenderci c’era la mitica e storica Holiday one, una media imbarcazione bianca, ben curata e con tutti i confort per l’immersione come non avevo mai viste prima.

Mi ero immerso solo da terra o da piccoli natanti quali gommoni e barche in vetroresina di non più di sette metri. Questa aveva due ponti più le cabine in coperta. L’equipaggio era tutto egiziano e la guida subacquea rigorosamente italiana. Sul lato di babordo (sinistra) e tribordo (dritta, destra) del pozzetto di poppa (parte posteriore dell’imbarcazione) vi erano delle panche sotto le quali erano riposte le cassette con l’attrezzatura dei singoli sub con il nome ben evidente.

Sopra, la parte più esterna contingente alla seduta, aveva dei buchi della dimensione esatta per farci stare le bombole cariche d’aria sotto pressione. Dopo il breafing pre immersione (è la riunione in cui la guida spiega la tipologia di immersione, le difficoltà, ciò che si andrà a vedere e le avvertenze da seguire), ognuno andava alla sua postazione, montava l’attrezzatura sulla bombola (GAV ed Erogatori), indossava la muta si sedeva sulla panca con la bombola alle spalle, indossava il Jacket(o GAV).

Al comando dato dalla guida cisi alzava ci si portava sullo specchio di poppa, si calzavano le pinne e con il passo del gigante ci si tuffava in mare. Riunito il gruppo, ci si dava l’ok e si seguiva la guida negli abissi.

Anche oggi si fanno le stesse cose.

Il programma della giornata tipo consisteva in due immersioni con in mezzo il pranzo. A volte se ne facevano due al mattino, pranzo e la terza al rientro.

Era possibile pure immergersi di notte (Night Dive), la prima la feci partendo dalla spiaggia dell’Hotel, un’emozione unica.

Una delle più belle immersioni da fare in quella parte di mar rosso è sicuramente all’estremità del Sinai, presso il parco naturale di Ras (sta per Capo) Mohammed , facciamola insieme.

Ras Mohanmmed (ANEMON CITY, SHARK, JOLANDA, JOLANDINO REEF)

Siamo in navigazione, davanti a noi allineata alla prua vi è la nostra destinazione: la punta estrema del Sinai, il Parco di Ras Mohammed. Una roccia, un dirupo sul mare cristallino. Circa cento metri verso il cielo e più di ottocento immersi.

Il deserto roccioso a destra scorre davanti ai nostri sguardi come un film. Appare come un paesaggio immobile; basta avvicinarsi un po’ per smentirsi.

Il sole immancabile si rispecchia sulle curve del mare, lo decora, e si presenta. Dietro di noi l’immancabile scia bianca ribollente che indica il nostro procedere lento. La parete verso la quale puntiamo si avvicina gradualmente e la sua forma si evidenzia.

Ai suoi piedi, immersi sino alla cima, quattro altari, due maggiori e due minori, salgono dalle profondità del mare (sono così chiamate, per la forma delle particolari conformazioni coralline): Anemone city, Shark, Jolanda e Jolandino reef.

Non sono né di marmo né di cristallo ma di corallo. Sono stati costruiti nei millenni da piccoli polipi, tra le loro forme brulica la vita: pesci, anemoni, alcionari, nudibranchi, mammiferi, anfibi ecc.

L’acqua è cristallina, siamo pronti, fra un istante ci tuffiamo. Siamo nel blu! nel blu profondo.

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Una tartaruga (Eretmochelys Imbricata) risale dalle profondità verso la superficie poco distante da noi, sporge il capo e il carapace, si sazia d’aria e ridiscende con movenze lente e sicure. Siamo su Anemone city, i pesci pagliaccio (Amphiprion bicinctus) ci circondano senza allontanarsi troppo dalle loro case (gli anemoni) all’interno delle quali si riparano i più piccini che, incuriositi, con movimenti frenetici si sporgono per ammirare noi strani ospiti.

Migriamo verso Shark reef, avvolti dal blu, assorbiti da tutti i suoi colori. Un pesce Napoleone (foto 05) (Cheilinus undulatus) nuota verso di noi, ci incrociamo e ci scrutiamo a vicenda entrambi stupefatti. Più avanti numerosi carangidi (Foto 06) nuotano in direzione opposta alla nostra, la loro livrea argentea riflette i raggi del sole.

Subito dietro, come in una sfilata di moda, un altro Napoleone di notevoli dimensioni si avvicina a noi, rallenta e ruota il capo nella nostra direzione, ci osserva così come noi facciamo con lui, modifica leggermente la sua rotta e prosegue il suo cammino.

Circunnavighiamo Shark reef, sui venticinque metri una gorgonia a ventaglio (Subergorgia hicksoni) di discrete dimensioni, si oppone alla corrente che trasporta il suo nutrimento, ci fermiamo ad osservarla attentamente controluce, e notiamo le sue trame minuziose, il suo originale ricamo.

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Su tutto il reef vi sono nuvole di Anthias arancioni (Pseudanthias squamipinnis) che nuotano freneticamente; la luce delle nostre torce li fa scattare di soprassalto e tutti insieme si spostano al di fuori del loro fascio. Procediamo in direzione di Jolanda reef. Una grossa cernia dei coralli maculata (Plectropomus marisrubri) si oppone alla corrente, rimane immobile sotto una conformazione corallifera ad ombrello (Acropora sp.) sembra non fare alcuna fatica, noi invece si.

Incontriamo una strana coppia, due pesci farfalla mascherati (Chaetodon semilarvatus) una specie endemica di questo mare. Giungiamo in prossimità del relitto del Jolanda; l’albero si presenta coricato sul fondo, perpendicolarmente al precipizio.

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Tutto intorno si scorge parte del suo carico composto da sanitari (water, bidet, vasche da bagno) di cui si legge persino la marca. Sono ormai proprietà degli abitanti del blu, ne hanno fatto le loro case sia murene, che spesso sporgono da essi, sia pagliaccetti e, soprattutto coralli e spugne. Guardando verso l’alto, a pochi metri dalla superficie, molti carangidi (Carangoides fulvoguttatus) attendono le loro prede. Verso il largo un numeroso branco di barracuda si muove all’unisono (Sphyraena Barracuda).

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Proseguiamo il nostro cammino, e da li a poco vediamo un pesce balestra titano (Balistoides viridescens) non molto socievole, lo seguo per fotografarlo, ma lui sembra non tenerci molto.

E’ un po’ schivo, non ama molto gli intrusi e spesso attacca per difendere il suo territorio. Mi volto a dritta e tra i numerosi pinnacoli nuota un pesce balestra Picasso (Rhinecanthus assasi) dai bellissimi colori, un po’ più avanti un pesce scorpione (Pterois Volitans).

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Siamo quasi alla fine della nostra scorta d’aria, ci avviciniamo alla parete del reef e risaliamo di quota.

Abbiamo compiuto un giro completo quando ci imbattiamo in un branco di carangidi dall’occhio grosso (Monotaxis grandoculis). Continuiamo la risalita e quando siamo a circa cinque metri dalla superficie ci fermiamo per la sosta di sicurezza.

Non smettiamo di guardarci attorno e su una sporgenza notiamo un animaletto dagli splendidi colori, di non facile localizzazione. Si tratta di un nudibranco quadricolore (Chromodoris quadricolor) di circa cinque centimetri. Mi posiziono per scattare alcune foto e poco sotto vedo sporgere la testa di un pesce un po’ più grande, una grossissima murena (Gymnothorax Javanicus), apparentemente minacciosa.

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Purtroppo il tempo è scaduto, dobbiamo riemergere ma non prima di ammirare una splendida enorme cernia (Epinephelus malabaricus).

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Siamo all’aria aperta già proiettati verso la prossima immersione. Richiamiamo la barca con ampi gesti convenzionali, ci recuperano, saliamo a bordo. Durante il tragitto di ritorno in porto, una grandissima sorpresa: sei delfini ci vengono incontro, si posizionano sotto la nostra prua e giocano un po’ con noi, siamo nei pressi di Shark observatory.

Dolphin eugenio malaspina

Il sole scende è l’ora del tramonto, tutto si colora di rosso; il deserto roccioso e il mare, i nostri volti.

Nel nostro cuore rimane il blu. Siamo estasiati.