Caterina Bolzonella

È l’unico modo per essere un giorno gratificati

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E’ stata una delle più importanti esperienze di “servizio” fatte in questo ultimo decennio. A ottobre prossimo saranno trascorsi 10 anni da quando abbiamo intrapreso la nostra attività presso le Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta.

Donare sino allo sfinimento senza chiedere nulla, senza aspettarsi nulla, amando, è l’unico modo per essere un giorno gratificati.

Vi lascio al mio racconto.

Tratto dal libro “Storie d’amore che non interessano a nessuno” scritto da Eugenio Malaspina, ed. Albatros

È uno dei tanti, ma unico, come tutti i sabati che trascorriamo alla casa delle «sisters». Come di consueto quando parcheggiamo l’auto sono circa le nove del mattino, il sole gioca a nascondino con noi, appare e scompare dietro le grosse nuvole che si spostano nel cielo spinte dalla forza intensa del vento. La temperatura è già gradevole, ci sono più di 16 gradi ed io, lasciata Caterina, decido di andare in un vicino bar a bere un caffè.

Al mio ritorno dopo il consueto, dovuto e desiderato ingresso nella cappella al piano terra della casa delle «sisters» e dopo aver scambiato due parole con il Padre mio, salgo al piano superiore dove «sister cuoca» e Caterina sono già all’opera.

Mi assegnano un compito nuovo, c’è una cosa importante da fare, una cosa che di solito fa la superiora ma che questa mattina non può eseguire, perché fuori casa per dare da mangiare «agli affamati».

C’è da fare un’iniezione ad un bimbo, non può essere rinviata. Sino ad oggi non avevo mai fatto iniezioni a persone così piccole, ma ne ho fatte tantissime a me stesso, a Caterina e ad altri.

Con un’altra sister saliamo le scale e ci rechiamo al secondo piano dove alloggiano le ospiti. Lì incontriamo Angelo e la sua mamma che ci stanno aspettando.

«Sister tutto fare» mi porge la fiala da iniettare e la prescrizione medica. La fiala contiene molto più prodotto di quanto ne devo utilizzare e, per non fare errori, chiamo Caterina per un consulto, lei è biologa specializzata in medicina di laboratorio.

Dopo esserci parlati, prelevo la giusta quantità dalla fiala e, preparato il bimbo, effettuo l’iniezione.

Lo prendo in braccio e lo porto un po’ con me al piano di sotto e, trascorsi un po’ di minuti, lo riporto dalla sua mamma per procedere poi con i miei lavori.

Le sister sanno che ho l’autovettura e quando vengo mi impiegano anche per trasportare alimenti e quant’altro dalla cascina/magazzino alla casa, per rifornire la cucina di tutto il necessario.

Ho grattato anche due grossi pezzi di grana, qui si fa tutto a mano poiché non ci sono elettrodomestici, nemmeno la lavatrice ma solo una affettatrice, nulla più.

Alle undici servo ai tavoli le ospiti e poi scendo in giardino per far giocare un altro bimbo di nazionalità pakistana. Incontro la superiora che mi chiede se ho fatto l’iniezione al piccolo Angelo. Le dico di sì e allora mi riferisce che è più di una settimana che non esce, che non prende un po’ d’aria perché la sua mamma è in attesa di un altro bimbo e non ha la forza di portarlo fuori.

Allora salgo le scale, parlo con la mamma, prendo il bimbo in braccio e torno in giardino. Il sole scalda e l’aria è gradevole, ci sediamo insieme su due sedie in mezzo al verde e mentre gli accarezzo una mano con la mia destra, con la sinistra lo tengo perché non cada.

Angelo è un bimbo albanese di cinque anni cerebroleso. L’iniezione che gli si fa a giorni e ore prefissati serve per contrastare le crisi epilettiche che lo colgono di sorpresa.

È un bimbo splendido, non avrei mai pensato di poter coccolare così tanto un bimbo diverso, unico, eccezionale. Sister superiora mi ha raccontato che Angelo è nato in otto mesi e avrebbe avuto bisogno di essere trattato in incubatrice, invece i medici lo hanno spedito a casa assieme alla sua mamma poco dopo essere venuto alla luce.

La mamma teme che anche il bimbo che ha ora in pancia possa nascere diverso ma le «sisters» la tranquillizzano. Dopo un po’ di tempo scende in giardino anche Caterina perché ha terminato il suo lavoro e allora sta un po’ con noi.

Li lascio un attimo soli perché c’è una cassetta di patate che attende di essere portata in dispensa.

Tornato giù rimaniamo ancora un po’ insieme, poi lo riprendo in braccio e lo porto dalla sua mamma. Noi cerchiamo di fare qualche cosa per lui, per Gesù infermo, ma proprio in quei momenti, in quegli attimi è Gesù che compie un miracolo per noi per mezzo di un bimbo.

Dopo qualche mese la madre viene ricoverata, è ora di far nascere il fratellino o sorellina, mentre Angelo viene accolto temporaneamente da persone amiche. Recuperate le forze e con un altro bimbo tra le braccia, mamma e figli sono tornati al loro paese per ricongiungersi al resto della famiglia.

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